Archivio per febbraio 2011

Chi la fa l’aspetti

Oggi è lunedì, mi correggo, è un maledetto lunedì perchè questa settimana la inizio più stanca di quanto abbia terminato la precedente. Perchè il fine settimana oramai non mi basta più per ricaricare le batterie.

Inevitabile quindi che la mia voglia di stare seduta ad una scrivania a spippolare al computer sia pari a zero. Lo spirito della ragazza gitana che sono stata  senza ombra di dubbio nella mia vita precedente sente, anche se un po’ a fatica, che la primavera sta facendo timidamente capolino e per questo scalpita perchè vorrebbe riversarsi all’aria aperta a respirare grosse boccate di vento mentre vaga bighellonando senza una meta precisa.

Invece no. Stamattina ho dovuto presiedere assieme al mio capo al collegio sindacale di una società per azioni.

Ogni volta che mi trovo al cospetto degli impettiti sindaci seduti nei loro completi attorno al massiccio tavolo di vetro trasparente, mi sento piccola piccola. D’improvviso non so più cosa ci faccio lì, io che del loro mondo non so niente e che probabilmente al loro mondo non vorrò appartenere mai.

Seduta sulla mia sedia di pelle girevole, troppo grande che quasi non tocco con i piedi per terra, cerco di darmi un contegno seguendo gli intricati discorsi di chi ha più esperienza di me. Timida e un milione di anni luce lontana da lì, cerco di passare più inosservata possibile. Non vengo mai interpellata, giustamente, ma ne sono felice.

Non mi aspetto certo che chi è abituato ad essere al centro dell’attenzione mi capisca.

Tra i sindaci si dà il caso che sia presente,  più impomatato di uno dei protagonisti di Grease, un avvocato che per hobbie si diletta ad organizzare mostre alle quali durante le precedenti riunioni non ha mancato di invitare ogni membro del collegio, Boss compreso. Credo che nessuno in realtà abbia mai presenziato a tali eventi.

Ecco giustificata la mia sorpresa quando, dalla eccessivamente larga boccaccia del mio capo è uscito:

-” Sa avvocato, la mia collaboratrice mi ha più volte espresso il desiderio di vedere la sua ultima mostra..”- E mi guarda.

-“Ma come?!!!Doveva dirmelo!Le faccio avere gli inviti!Mi farebbe piacere se venisse, sì davvero molto piacere e già che c’è porti anche suo padre che so che fa il pittore!”-

Ormai ero impietrita, immobile e paonazza  -“Forse se non mi muovo non mi vede e riesco a scappare!”-

L’unica cosa che questa volta sono riuscita a bofonchiare per risparmiarmi un:

-“No, mio padre faceVA lo scultore, e per faceVA intendo che non c’è più, e per non c’è più intendo che è MORTO..e NO non ci vengo alla tua stupida mostra!”-

è stato un semplice e balbettante:” Uhm..abbiamo avuto mooolto da fare allo studio, non avrei saputo proprio come fare..e sì di sicuro se dovessi venirci porterò mio padre..”

Già meditavo vendetta nei confronti del mio maledetto superiore, ma probabilmente lassù qualcuno c’è che sa come vendicarmi.

Usciamo dalla sala riunioni e ci imbattiamo in un ragazzo alto sulla trentina.

-“Ciao!!Come stai?” -Lo placca subito il mio capo -” Come mai sei ancora qui?!!?- Lo rimbrotta  ancora convinto.

Sulla faccia dapprima cordiale del giovane, si dipinge un’espressione terrorizzata alla:”Lui sa sicuramente qualcosa che io non so..Mi stanno per licenziare, lo sapevo che non dovevo rubare quella risma di fogli..se ne sono accorti..Oddio adesso che faccio?!”

Davanti al visibile imbarazzo del giovane, noto che qualcosa non va, ma penso sia solo una mia impressione.

Nel frattempo la conversazione prosegue col primo che rimbomba il secondo con tutte domande specifiche su procedure  e il secondo che lo guarda con occhi sbarrati ed interrogativi.

Dopo che anche i muri si sono accorti delle palesi anomalie della scenetta, al Boss viene un atroce dubbio. Smette di fare domande, arrossisce, balbetta si gratta la testona, saluta frettolosamente, si gira mi prende per un braccio e finalmente usciamo dalla sede della società.

Una volta in ascensore mi guarda pallido.

-“Che figura che ho fatto!!”-

Gongolando lo guardo dal basso all’alto.

-“Prosegui.”-

-“L’ho scambiato per quello che il mese scorso se n’è andato dalla società per passare alla concorrenza…”-

-“..”-

-“Perchè mi guardi così? Hai qualcosa da dirmi?”-

-“TI STA BENEEEEE!!!”

Annunci

“Questa è vita?!” disse Pippo

Mi domando a cosa penserà, mentre solerte percorre avanti ed indietro ogni singolo millimetro di quel lucido pavimento. Ha l’aria concentrata e distaccata ma si intuisce che riflette. La osservo spesso, alla ricerca di una traccia che mi lasci intuire che se non altro mi vede, cerco continuamente di stabilire un contatto. Però non succede mai niente, lei va avanti col suo lavoro come se fosse la sola nella stanza. Non si fa distrarre da nessuno e qualunque forma di vita si imbatta malauguratamente sul suo percorso deve avere, senza ogni ombra di dubbio, dei riflessi estremamente pronti per evitare di esserene travolta.

Questo accade ormai da  qualche anno tutte le volte che nell’affollato spogliatoio della mia palestra passa la donna delle pulizie. Testa china sguardo vacuo scopettone in mano. Non mi guarda mai ed è come se sentendosi trasparente tra le tante vocianti valchirie /amazzoni dei giorni nostri munite di trendy e succinte tutine, avesse deciso di ignorarci tutte.

Tutte le volte che mi urta (magari anche volontariamente) mentre cerca di ripulire ed asciugare il pavimento dello spogliatoio le sorrido e mi scuso per essere sempre  nel mezzo. Non c’è mai stata una volta che mi abbia risposto, mai un cenno col capo, nè un incrocio di sguardi, proprio nulla.
-“E pensare che solitamente faccio amicizia anche con i muri”- Rifletto tra me e me.

Questa indifferenza mi manda in bestia ed incrementa in me la curiosità che da sempre nutro verso tutto ciò che non riesco ad inquadrare con facilità; è proprio allora che lascio vagare la mente e completamente  trasportata dalla fantasia cerco di immaginare ciò che non so.

Allora mi diventa chiaro come il sole che in realtà i suoi comportamenti devono essere dettati dal fatto che ci odia tutte profondamente. Ci disprezza e non può mascherarlo se non ignorandoci. Non può sopportare tutta quella frivolezza e quell’ambiente dove gli unici problemi seri sorgono nel momento in cui abbiamo finito la crema idratante o dimenticato a casa il bagno schiuma.

Oppure potrebbe anche stare semplicemente svolgendo con talmente tanta serietà il suo lavoro ed essere così concentrata da non curarsi di tutto ciò che la circonda e quindi potrei essere io a non sopportare la leggerezza di quelle ocheggianti e starnazzanti creature, avvolte in profumati e candidi asciugamani che si dedicano a loro stesse con la tutta la dovuta calma e costanza. Devo essere estremamente invidiosa del loro tempo infinito e della loro costanza. Mi manca quando potevo stare ore ad oziare senza dovermi preoccupare di centellinare il mio tempo.

Lavorare mi rende decisamente nevrotica e vaneggiante.

Forse aveva ragione Erode..

Immaginiamo che abbia fatto un fioretto che consiste nel cercare con tutte le mie forze di essere una brava figlia. Di essere paziente e garbata, di non rispondere male e provare a rendere il meno  difficile possibile l’esistenza a colei che dovrebbe essere la figura più importante per me, perchè mi ha donato nientepopòdimeno che la vita!

Ok. Immaginiamo anche che la suddetta persona, che per facilità chiamerò Mamma, non sia assolutamente quella che si può definire un soggetto facile e che tra i suoi passatempi preferiti, oltre alla simpatica tendenza a farsi prendere dal panico per qualunque cosa di storto le accada, dalla perdita degli occhiali, a quella delle chiavi alla scomparsa dei del gatto, ami alla follia “petulare” e per petulare io intendo rompere le balle insistentemente e all’infinito. Più l’interlocutore la pensa diversamente da lei e la contraddice, più lei si diverte e ripete come fosse un vecchio vinile graffiato le stesse frasi, con la stessa cadenza, gli stessi gesti e le stesse espressioni. Va avanti e avanti ininterrottamente con la sua pantomima, ignorando completamente chiunque abbia di fronte, finchè al disperato antagonista non resta che capitolare. Ci riesce sempre e con tutti, ma è proprio con il sangue del suo sangue che fallisce. Anni di addestramento fino da quando ero poppante, mi hanno programmata per DISTRUGGERE. Non ci sono urla che tengono, nè minacce che possano spaventarmi. I frequenti litigi contornati da belle paroline che solo colei che prova un profondo amore materno può pronunciare sono dunque inevitabili. Quando litighiamo, lo ammetto, più che a madre e figlia somigliamo più a due muli che si ragliano contro.

Se non avessi deciso che litigare non giova nè a me e nè a lei e che se lei in 25 anni non lo ha capito, non lo capirà mai, questa sera non sarebbe stata da meno.

Per evitare di distruggere la quiete che solo la domenica pomeriggio sa creare, decido di assecondarla e di accompagnarla al cinema. Nonostante la prospettiva di assistere all’ennesima commediola italiana, banale, già vista e forzatamente spiritosa non mi allettasse per niente, mi dico che invece potrebbe essere un buon momento per provare la tessera cinema3 con la quale dovrei entrare al cinema una volta la settimana e senza pagare! (Messaggio promozionale).

Naturalmente lì dove il gratis è nato c’è anche lei ed è così che anche mia mamma oramai da due mesi usufruisce di questo servizio e si sente estremamente realizzata nel varcare le pesanti porte di ogni qualsivoglia cinema, senza l’angoscia di sentirsi urlare “un fiorno!”

La coda alla biglietteria e più lunga del previsto. Noi due, ritardatarie croniche siamo in attesa del nostro turno, io silente e sinceramente un po’ imbarazzata per essere come una dodicenne al cinema con la Mamma, lei agitata come sempre, impaziente scalpitante e lamentosa con ogni singola cellula del suo infagottato corpo.

Avvantaggiarsi per non perdere neanche un prezioso secondo del nostro tempo, è sembrata ad entrambe la soluzione migliore. Ed ecco che dalla borsa di Eta Beta escono i documenti da mostrare in abbinamento alla famigerata tessera del potere.

Naturalmente faccio passare la mia scalpitante accompagnatrice che porge il passaporto ( manco dovesse espatriare) alla bigliettaia ed aspetta per niente paziente.

Lei lo apre, controlla il nome sulla scheda e cerca una qualche corrispondenza. Lo guarda e lo riguarda più e più volte.

Vista dall’altra parte del vetro non sembrerebbe un’impresa così difficile e la Mamma già sbuffa scocciata, lanciando fulmini ed occhiatacce a destra ed a manca.

“Insomma, inizia il film..ci sono problemi?”

“Signora..come si chiama?”

“Ma come non capisco, c’è scritto lì come mi chiamo!”

“Ha due nomi e due cognomi per caso?” E continua a guardare i documenti scandendo a bassa voce ciò che sta leggendo.

Spiaccicandomi contro il gabbiotto, intravedo là dove dovrebbe figurare una bionda sessantenne una bionda venticinquenne. Il mio passaporto al di là del vetro lascia intuire l’arcano.

“Noo, ho preso per errore il documento di mia figlia!E  adesso come faccio??!” Si lagna già pronta a vendersi un rene pur di non sganciare manco un soldo.

Un bel- “cazzi suoi“- lanciato con lo sguardo, la fa subito tuffare nella borsa alla ricerca di  una soluzione. Lì tra lampadari, praline di naftalina ed altre mille, utili suppellettili che mai e poi mai possono mancare nella borsa di una signora, riesce a trovare una stinta carta d’identità dell’uno quando non c’era nessuno, che la bigliettaia accetta giusto per non sperimentare le altre sue mille risorse.

-“Vada adesso,vada”- Porannoi!

Siamo finalmente nella sala che visto l’alto livello della pellicola è praticamente deserta. Mando avanti lei che così sceglie come le pare. Dopo un’accurato studio della planimetria del cinema ci sediamo proprio mentre il film sta iniziando. Tempo due minuti e due simpatiche signore ci bussano alla spalla. Tra la mia sordità e il loro accento francese posso solo intuire dai loro mimi che, porcavacca, siamo sedute in quello che ritengono il loro posto. Provo a farmi capire dicendo che sono tutti seduti dove vogliono (e che cavolo, col cinema vuoto manco fosse un mercatino di Natale a ferragosto proprio qui dovevate venire?) .

Niente, ci rifilano un:- “Non capisce quelo che disce..”- e ci fanno sloggiare fino all’estremità laterale salvo poi, una volta sistemate, chiederci di quale film si trattasse.

La serata sembra volgere ormai al termine e finalmente ci avviamo alla macchina. Io strascicando i piedi dietro e lei avanti con passo rapido. Si ferma di botto davanti ad una macchina e aspetta.

-“Apri?”-

-“Cosa?”

-“Apri la macchina, piove!”-

-“..certo!Ma, toglimi una curiosità..da quando abbiamo una Mercedes?”-

Dialoghi surreali #2

Mia mamma ed io a pranzo. Stranamente insieme, stranamente sedute allo stesso tavolo, alla stessa ora anche se con cose differenti nel piatto.

Eccezionalmente intente a fare conversazione.

-“Così sabato hai deciso di andare al mare?”-Chiedo fingendo interesse.

-“Già, prenderò la nostra macchina che è più spaziosa”-

Pessima notizia.

-“Devi riempirla molto?”-

-“No, io no. E’ la mia amica che deve caricare un PUFFO.”-

-“Scusa non ho capito..come?-

-“Un Puffo..puff..o..”-

-“Ah, un puff!!”

-“Puffo, puff..Boh?!-

-“Uhm.. e di che colore?”- Sghignazzo..

-“Beh, BLU!!”-

..e di che colore altrimenti?!

Storie di tutti i giorni

Autobus 33 preso al volo come tutte le sere.

Poche persone sopra e tanti posti liberi. L’ideale per il rilassante viaggio verso casa. Ipod nelle orecchie con volume strabasso, giusto di sottofondo per non disturbare la lettura del libro della settimana (o forse dovrei dire delle settimane viste le 800 pagine di tomo).

Percorre poca strada il bus ed io sono assorta nella lettura come sempre. Ci sono ancora tre posti liberi, uno di fianco a me e due di fronte.

Nessuno si siede per qualche fermata.

Poi avverto la presenza di qualcuno alla mia destra. Non mi interessa e continuo a leggere.

Una busta di carta viene appoggiata sul sedile proprio davanti al mio e nello stesso attimo mi si apre un varco nella memoria. Vago un po’ e torno a qualche settimana fa. La scena era la stessa, il posto lo stesso, l’ora ed il bus gli stessi.

Allora, due signore erano salite  e mi avevano subito colpita. Una di loro aveva poggiato la sua busta sul sedile di fronte al mio. La prima elegante alta e sicura di se con una voce calda e rassicurante, dall’accento di qualche paese dell’est e l’altra, bassetta sportiva, forse filippina, voce argentina, con una parlata veloce e scattante.

Tra loro parlavano un italiano fitto fitto, ognuna a modo suo, ognuna storpiando parole su parole, correggendosi a vicenda ad ogni errore.

Le avevo osservate furtiva da dietro il mio libro individuando ogni particolare, sembravano buone amiche, così diverse ma con un’infinità di elementi che le accomunavano.

Il nostro incontro si era concluso quando, arrivata la mia fermata, avevo chiesto di poter passare e mentre mi allontanavo casualmente  avevo ascoltato una frase rivolta a me.

-“Che bella bambina vero?”-

Questo mi aveva fatto amare ancora di più le mie due simpatiche compagne di viaggio.

Torno ad oggi, quella busta mi fa girare di scatto. Stupita guardo alla mia destra.

Non posso crederci. Sono di nuovo loro e di nuovo parlano con la solita vivacità che le contraddistingue. Non mi riconoscono (e come potrebbero?) e questo mi permette di continuare ad osservarle nei loro modi di fare così unici. Sono colorate come sempre e fanno un gran mix di lingue, suoni, parole.

Non sembra passato neanche un giorno e la scena si ripete identica a qualche settimana fa. E’ una sensazione stranissima quella che provo e non posso fare a meno di sorridere per tutto il tragitto.

Come quella sera devo scendere. Chiedo permesso, forse anche con un eccessiva cortesia. Voglio vedere fino a che punto quella scena può ripetersi. on so cosa mi prende ma so che voglio spingerle, in uno slancio di perfezionismo, a riprodurre identico ogni singolo gesto.

Mi fanno passare e ringrazio ancora sorridendo. Rispondono al mio sorriso ancora più calorosamente. Sembra che stiano per riprendere il filo del discorso. Tendo le orecchie e resto in attesa..

-“Che bella bambina vero?”

Ancora non riesco a togliermi il sorriso dalla faccia. 😀

La domenica non è mai troppa

Ieri andare all’Hidron ed immergemi in quella sottospecie di vasca idromassaggio tonda dalle sembianze di pentolone ricolmo di acqua bollente e ribollente, mi ha fatta inizalmente sentire come la protagonista di uno di quei vecchi film sui selvaggi.

Nella mia testa c’è una sventurata ragazza che approda/naufraga da sola su di un’isola deserta e ad attenderla trova una tribù di indigeni inizialmente ostili. La protagonista col tempo viene accettata ed accudita (anche tropppo), finchè un giorno, ormai tonda come un uovo, alla sua domanda:

-“Insomma, cosa c’è per cena stasera?”-

Le arriva come risposta un deciso:

-“TU!”-

Seguono accerchiamenti vari, inseguimenti con lance e frecce e pentoloni giganti messi a bollire su fuochi, mentre grasse indigene a petto nudo e con ossi conficcati nel naso, giranol’acqua che bolle assaggiandola con enormi mestoli di legno.

Se la ragazza riesca a fuggire o meno non lo so e mi interessa anche il giusto.

Il secondo pensiero, decisamente più costruttuttivo del primo è stato che però io da brava VIPPE quale non sono, in casa mia la vasca idromassaggio ce l’hoo!

A volerla disperatamente è stata mia mamma quando ci siamo trasferiti, colta da uno slancio di -“Io metto l’idromassaggio perchè mi fa bene alla schiena (PA-PPAPPERO n.d.r.)”- E naturalmente non l’ha usata MAI. Neanche una volta.

L’occasione fa la Nicchia ladra e siccome domenica= relax, idromassaggio=relax, mammanonincasa=relax, anche per l’estremo rispetto che nutro per le uguaglianze, ho proprio DOVUTO sfruttare l’occasione.

Bagnoschiuma abbondante alla mano, ho riempito la vasca  di acqua bollente come piace a me e poi dentro per sguazzare felicemente a mollo indisturbata fino a farmi lessare.

Ho acceso l’idromassaggio e mi sono abbandonata lasciandomi coccolare da tutte quelle bollicine.

La schiuma è bianca, soffice, e sale, mi avvolge, profumando l’aria di buono.

Sale la schiuma e continua a salire.. ma adesso lo fa troppo in fretta perchè mi renda conto che avanza come una nuova e candida versione di un BLOB bianco e profumoso ma non per questo meno letale.

Gridando all’esondazione mi precipito a spengere l’idromassaggio e mi accingo a fare una stima dei danni.

Vittime più prossime le mie ciabatte di pelo (nuoooo!!), l’accappatoio, l’asciugamano e il rotolo di carta igienica completamente zuppo.


Step by Step

febbraio: 2011
L M M G V S D
« Gen   Mar »
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28  

Vostri Preferiti

DiStRaTtI ViAnDaNtI

  • 78,194 visite

Save Our Blogs

QuAnTo MaNcA aLLe VaCaNzE?

Daisypath Vacation tickers